La Cina i dazi e la crescita economica

La Cina rallenta. Nel secondo trimestre l’economia è cresciuta del 6,2% su base annua, secondo i dati resi noti lo scorso lunedì da Pechino. Valori in linea con le previsioni del Fmi. È la crescita più contenuta dal 1992, da quando i dati dei singoli trimestri vengono elaborati. Oggi, sul banco degli imputati troviamo i dazi imposti da Trump. L’accusa è di essere i soli responsabili della situazione.

Guardando oltre gli ultimi dati e mettendo in fila i tassi di crescita del Pil cinese fra il 2015 e il 2018 – tutti compresi fra il 6,9 e il 6,6% – sorgono domande sia sulla crescita di Pechino per i prossimi anni sia sul reale impatto che avrà in futuro il confronto con Washington.

La dimensione della guerra commerciale in corso inizia ad apparire in modo chiaro. Le importazioni di beni e servizi cinesi negli Stati Uniti hanno raggiunto i 557miliardi di dollari durante lo scorso anno. Alla fine del quale, nonostante quasi dieci mesi di guerra commerciale, gli Stati Uniti rappresentavano ancora, con una quota del 20% sul totale, il primo mercato di esportazione per la Cina.

A differenza del 2018, l’anno in corso ha preso il via in un contesto di dazi consolidato andato acutizzandosi. Se nei primi cinque mesi dello scorso anno il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina raggiungeva i 152 miliardi di dollari, per lo stesso periodo del 2019 si è ridotto a 137 miliardi. Secondo l’ Fmi il volume degli scambi delle merci reciprocamente sottoposte a dazi, da parte dei due paesi, ha subito crolli in alcuni casi superiori al 50%.

I dati negativi delle esportazioni cinesi, sui quali grava comunque il rallentamento economico globale, testimoniano la situazione. Il segno meno ha iniziato a fare la sua comparsa nel mese di dicembre. Il valore peggiore è stato registrato proprio lo scorso maggio: – 8,5% su base annua. Il quinto dato negativo negli ultimi sei mesi.

Per far fronte alla situazione, Pechino ha adottato una serie di contromisure. Le quali però costringeranno i leader del paese asiatico ad affrontare alcuni fattori, da tempo oggetto di attenzione: il debito, il settore bancario, il tessuto produttivo e lo sviluppo del mercato interno.

Alla fine dello scorso anno, Pechino ha varato un consistente piano di investimenti in infrastrutture pubbliche: 16 progetti per complessivi 163 miliardi di dollari. Facendo registrare, in questo settore, un incremento della spesa rispetto lo stesso periodo dell’anno precedente.

Il reperimento delle risorse necessarie alla realizzazione di queste opere spetta, in buona parte, alle province e ai governi locali che le finanzieranno aumentando la propria esposizione debitoria. Una scelta discutibile vista la massa di debito andata accumulandosi negli scorsi anni.

Anche durante la crisi economica del 2008 la Cina adottò un piano per stimolare la crescita. Complessivamente sfiorò i 600 miliardi di dollari. Le opere infrastrutturali superarono i 200 miliardi. Il pacchetto di misure finì in buona parte per gravare sul debito pubblico.

Gli investimenti odierni, esattamente come quelli del 2008, finiranno per causare un ulteriore aumento del debito aggregato del paese – dato che unisce debito pubblico, privato e delle famiglie – attualmente stimato fra il 250 e il 300% del Pil cinese.

Si tratta di valori in linea con quelli di molte altre economie occidentali sviluppate. Ma, la Cina, a differenza dei paesi occidentali, possiede caratteristiche peculiari. Fra le tante occorre ricordare il mercato interno che stenta a decollare e la forte propensione al risparmio da parte della popolazione.

Aspetti che gettano dubbi sulla futura capacità del paese di gestire la situazione debitoria. In particolare, nel caso in cui i ritmi di crescita dovessero continuare a ridursi.

La banca centrale cinese ha tagliato, in sei occasioni da inizio anno, il valore della riserva frazionaria bancaria portandola sotto al 10%.  Decisione mirata a favore degli istituti di credito di piccole dimensioni situati nelle zone rurali. Una scelta che dovrebbe portare – secondo le previsioni dei leader cinesi – a una maggiore capacità da parte delle banche di finanziare le aziende locali.

L’obbiettivo è rilanciare la crescita sostenendo gli investimenti industriali interni al paese, in particolare quelli effettuati dalle piccole e medie imprese.

Tuttavia, sono state proprio le imprese cinesi ad aver creato negli scorsi anni un aumento rilevante del debito interno. Secondo le stime più ottimistiche, che fissano il debito aggregato al 250% in rapporto al Pil, le imprese sono imputate di essere responsabili del 160% di questo debito.

Nel 2010 il debito di queste imprese era quasi totalmente catalogato dal Fmi come non a rischio. A distanza di un decennio, e a seguito della riduzione dell’espansione economica degli ultimi anni, la possibilità che parte di questi crediti delle banche diventi inesigibili è andata progressivamente aumentando, come ha riportato lo sottolineato lo stesso Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto.

I leader cinesi, consapevoli della situazione, hanno iniziato a sospendere una serie di investimenti in realtà industriali inefficienti, al fine di ridurre l’esposizione delle banche verso aziende che non saranno più in grado di ripagare i propri debiti.

La scelta della Banca centrale cinese di ridurre la riserva frazionaria va poi a innestarsi in un contesto, quello degli istituti di credito locali, che anche negli scorsi mesi, come già accaduto in passato, è stato colpito da scandali finanziari. Pechino ha promesso riforme del sistema, ma tardano ad arrivare.

La volontà di favorire lo sviluppo delle aziende di medie e piccole dimensioni deve quindi procedere di pari passo con la necessità di consolidare il sistema bancario e creditizio.

Alle misure economiche fin qui elencate è stato affiancato anche un taglio delle tasse pari a 300 miliardi di dollari, circa l’1,2% del Pil. Una decisione che – per quanto giudicata sostenibile da Pechino – finirà per avere, ancora una volta, ripercussioni negative sul debito, oltre che produrre ricadute positive sul mercato interno.

Proprio lo sviluppo di un mercato interno rappresenta oggi uno dei principali problemi per l’economia cinese. Da un lato la popolazione in età lavorativa continua a ridursi e dall’ altro lato i risparmi delle famiglie cinesi sono vincolati dall’assenza di un sistema di welfare strutturato. Una combinazione di fattori da cui non è semplice uscire nel breve periodo, senza generare nuovo debito.

La società cinese si trova oggi in una fase di cambiamento in cui il peso delle componenti interne avrà ripercussioni sull’economia. Secondo molti analisti il paese necessita di una maggiore crescita della classe media, in particolare medio alta, in grado con i propri consumi di garantire un miglior sviluppo del mercato interno. In questo contesto la guerra commerciale con gli Stati Uniti spingerà Pechino a sostenere più rapidamente questi cambiamenti.

Nel complesso l’economia cinese non registra tassi di crescita annui superiori al 7% dal 2014. Ben prima dell’inizio delle tensioni dell’era Trump. Persino nel triennio immediatamente successivo alla crisi finanziaria ed economica del 2008 la Cina aveva mantenuto un prodotto interno lordo superiore al 9%.

Secondo il vicepremier Liu He il trimestre dell’anno appena concluso è stato il punto più basso per la crescita cinese durante il 2019. Nel terzo e quarto trimestre l’economia dovrebbe tornare a crescere con un ritmo del 6.4%.

Stime che si discostano dalle previsioni dei maggiori istituti internazionali che convergono nell’indicare una crescita ancora più limitata nei prossimi due trimestri, con un Pil che a fine anno si attesterà al 6,2%.

Anche le aspettative sulla crescita economica nel prossimo quinquennio non prevedono sostanziali incrementi del prodotto interno lordo rispetto ai valori attuali. Uno studio elaborato dal Congresso americano colloca l’economia cinese in una fase di evoluzione durante la quale Pil non tornerà più ai livelli che hanno preceduto il 2015. Continuerà invece a scivolare lentamente fino a raggiungere valori al di sotto del 6% negli anni dal 2022 al 2025.

In questo contesto i dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti non avranno certo l’obbiettivo di riequilibrare la bilancia commerciale statunitense. Ma, quello di mantenere il gigante asiatico in una condizione di costante e asfissiante pressione politico-economica sulla quale far leva nel confronto geopolitico instauratosi su scala globale.

Lorenzo Adorni 

Dati: International Monetary Fund, World Bank, National Bureau of Statistics of China, Us Department of Commerce, Us Congressional Research Service.

 

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