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“Charlie Hebdo”, l’intelligence e l’ultimo massacro di una lunga serie

Parigi, Gennaio 2015: dodici morti. Bruxelles, 24 Maggio 2014: quattro morti. Tolosa, 11 marzo 2012: un morto. Montauban, 15 marzo 2012: due morti. Tolosa, scuola ebraica, 19 marzo 2012: quattro morti.

Cinque attentatori, ventitré morti. Più di quindici feriti, molti gravi. L’elenco dei precedenti la strage odierna nella redazione del giornale “Charlie Hebdo” è piuttosto lungo: Tolosa, Montauban, Bruxelles. Molto lungo, se consideriamo che dal primo assassinio a quelli dello scorso 7 gennaio sono passati poco meno di tre anni.

In questi periodo circa quaranta persone sono state vittime, in vario modo, di attentati terroristici di matrice jihadista o fondamentalista islamica, realizzati da giovani terroristi francesi d’origine algerina.

Mehdi Nemmouche, l’attentatore di Bruxelles, ha 29 anni. Mohammed Merah, l’attentatore di Tolosa e Montauban, aveva 23 anni. I responsabili dell’attentato a “Charlie Hebdo”, sarebbero i due fratelli Said e Cherif Kouachi, anch’essi francesi d’origine algerina, aventi 32 e 34 anni. Tutti si sono addestrati all’estero, in Siria. Tranne Merah, il killer di Tolosa, che si era recato in Pakistan e Afghanistan.

Il Terrorismo Islamico in Francia e la DGSE

La Francia si ritrovò in prima linea nella lotta al terrorismo di matrice islamica, già negli anni novanta, contrastando il GIA algerino. In questo periodo, alcuni uomini del GIA si recarono nei campi dei mujaheddin afghani, per ricevere un addestramento da combattenti.

Proprio negli anni del contrasto al GIA algerino, l’intelligence francese ottenne validi risultati riuscendo ad infiltrare alcuni gruppi terroristici, ricavando ampie conoscenze sul fenomeno dei fondamentalisti islamici che si recavano in Afghanistan per addestrarsi e compiere il Jihad.

Vennero individuati diversi canali di approvvigionamento di armamenti ed esplosivi, così come i contatti europei e mediorientali che garantivano gli spostamenti di uomini e risorse finanziarie. A ciò si sono aggiunsero le informazioni sui metodi di addestramento militare, sulle tecnologie disponibili e sui materiali utilizzati per confezionare ordigni esplosivi.

Tramite il confronto fotografico, ovvero sottoponendo alle risorse infiltrate le immagini ritraenti persone all’esterno di mosche o centri culturali islamici ritenuti più vicini a realtà fondamentaliste, furono individuati e rintracciati molti mujaheddin che dai campi afghani avevano fatto ritorno in Europa. La loro semplice presenza, in una determinata città, poteva essere il segnale dell’esistenza di una cellula terroristica sconosciuta.

Nel complesso queste attività permisero ai servizi segreti francesi il raggiungimento di risultati particolarmente significativi non solo nei confronti del GIA, ma anche per la conoscenza più complessiva del fenomeno del terrorismo islamico. Proprio per questo motivo la DGSE francese, ovvero la “Direction générale de la sécurité extérieure”, divenne uno dei principali interlocutori della CIA dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001.

Dai Successi degli Anni Novanta ai Recenti Gravi Fallimenti

I casi di Parigi, Tolosa, Montauban e Bruxelles, rappresentano dei gravi fallimenti dell’intelligence francese. In tutti questi casi, nonostante gli attentatori siano personalità più o meno note alla DGSE, quest’ultima non è riuscita a prevenire questi attacchi.

Da un altro punto di vista, non possiamo sapere quanti siano i successi. In quanti casi gli attentatori siano stati bloccati e in quanti altri casi gli attentati siano stati impediti prima ancora che raggiungessero un’avanzata fase di pianificazione. Ma questi fallimenti sono i sintomi di alcuni aspetti e cambiamenti non secondari.

Il primo aspetto è sicuramente legato ad una riforma dell’intelligence francese, voluta da Sarkozy, che forse non ha dato luogo a risultati sempre ottimali. Vi sono alcune differenze che sembrano emergere rispetto a quanto accaduto negli anni novanta e nei primi anni dieci di questo nuovo secolo. Oggi, la crisi siriana ha portato con se una forte destabilizzazione dell’intera area del Medio Oriente. La presenza delle milizie dell’ISIS nella regione hanno dato vita a un fenomeno del tutto simile a quello verificatosi negli anni novanta fra Europa e Afghanistan. Alcune centinaia di cittadini europei, si sono recati in Siria per supportare l’ISIS. In molti casi ricevendo un addestramento paramilitare. Esattamente come, negli anni novanta, molti fondamentalisti islamici si sono recati in Afghanistan e poi hanno fatto ritorno in Europa. Un fenomeno, quello siriano, che si è sviluppato in un periodo piuttosto breve, e che ha obbligato ad un rapido ridispiegamento delle risorse di numerose agenzie di intelligence europee.

Questo genere di cambiamenti nell’allocazione delle risorse, delle agenzie di intelligence, non sempre danno luogo a risultati perfetti nell’immediato. Ma, esiste una sostanziale differenza. I “combattenti islamici” odierni, i miliziani europei dello stato islamico, appartengono ad un’altra generazione rispetto a chi si è recato in Afghanistan negli anni novanta. Si tratta quasi sempre di seconde o terze generazioni di immigrati, nati e cresciuti in Europa. Ciò comporta inevitabilmente la necessità di rimodulare i metodi di lavoro in fase di contrasto, e rivedere le conoscenze in fase di studio, sul fenomeno del terrorismo islamico in Europa. I combattenti dello stato islamico di oggi, provenienti dall’Europa, hanno poco o nulla in comune con i Mujaheddin europei degli anni novanta.

Infine, tutti questi tragici attentati, Tolosa, Montauban, Bruxelles e Parigi, nonché il fenomeno dei “combattenti di ritorno” dal teatro di crisi siriano, devono spingerci a valutare, in modo oggettivo, il reale livello di integrazione di queste nuove generazioni di cittadini europei mussulmani all’interno delle rispettive società, nei diversi stati d’Europa.

Lorenzo Adorni

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