Crisi irachena avanzata Isis

La Crisi Irachena e l’Avanzata dell’ISIS

Quando analisti ed esperti si riuniscono per discutere il ruolo della distribuzione della forza militare nell’area mediorientale, fra valutazione di sistemi d’arma, capacità di offesa e deterrenza, può accadere che a qualcuno sorga un dubbio: “Ma, nel caso di una crisi, sono disposti a combattere?”

Domanda tutt’altro che banale. Derivante da una problematica concreta. In ultima istanza, la guerra non viene condotta dai numeri nelle tabelle e dalle ipotesi degli analisti, ma da uomini presenti sul terreno. Persone che hanno propri legami di appartenenza in grado di esercitare influenze determinanti. In particolar modo in medio oriente.

Chi è chiamato a prendere parte in guerre che non percepisce come “proprie ”, se può non combatterle, non le combatte. E’ in questo modo che gli eserciti scompaiono. E’ in questo modo che gli armamenti vengono abbandonati sul terreno. Se non direttamente venduti. E’ in questo modo che le armi finiscono, poi, nelle mani del nemico. E’ per questo motivo che la notizia della sostanziale scomparsa dell’esercito iracheno, di fronte all’avanzata dell’ISIS nel centro nord del paese e nella provincia di al Anbar, non ha suscitato stupore fra gli esperti. Si è trattato di un evento prevedibile.

Ma la situazione è divenuta critica nel momento in cui i miliziani dell’ISIS hanno iniziato ad avere la meglio anche nei confronti dei peshmerga curdi.

Ai primi di agosto le città di Sinjar e Qaraqosh, nel nord dell’Iraq, sono cadute nelle mani dei miliziani sunniti fondamentalisti. I combattenti curdi sono stati costretti a ritirarsi, e con il loro ritiro ha avuto inizio l’esodo dei civili yazidi e cristiani.

Mossul era già caduta agli inizi di giugno. L’offensiva dell’ISIS, dopo aver trovato sbarrata la strada per Baghdad da una discreta resistenza attuata da miliziani sciiti e da truppe iraniane giunte in territorio iracheno, si era ridiretta verso nord, avanzando nel Kurdistan. Qui, i peshmerga si sono ritrovati in prima linea, scarsamente armati, a combattere contro una milizia ben addestrata e munita dei veicoli blindati abbandonati dall’esercito iracheno in fuga. Non c’è stata possibilità di opporre la resistenza necessaria a contenere l’avanzata dell’ISIS.

Successivamente alla caduta di Sinjar, la situazione sul terreno è precipitata ulteriormente. La linea del fronte si è attestata a breve distanza da Erbil, capoluogo della regione autonoma curda. Un’eventuale caduta di questa città avrebbe permesso all’ISIS di conquistare ampia parte del nord est iracheno, consentendo poi una ripresa dell’avanzata verso Baghdad in maniera più incisiva, senza problemi nelle retrovie.

Mentre nelle settimane precedenti, di fronte ai miliziani sunniti che iniziavano a dilagare in territorio iracheno, il governo centrale di Baghdad e i curdi si sono rifiutati di concedersi reciproca assistenza, ora, al Maliqi, anche a seguito delle pressioni americane, si è visto costretto ad acconsentire all’invio dell’aviazione irachena a supporto dei peshmerga curdi. Si tratta però di un aiuto tardivo, che non porta nessun beneficio effettivo alla situazione militare sul terreno. Cadono così nelle mani dell’ISIS Gwer e Mahmour, due centri minori ma strategicamente fondamentali, distanti poche decine di chilometri da Erbil.

Ora è la stessa Erbil ad essere direttamente minacciata. Fra il capoluogo del Kurdistan iracheno e l’ISIS non rimane più nessuna linea difensiva sostenibile. Le richieste di aiuto dei peshmerga, indirizzate direttamente a Washington, si fanno più insistenti. Erbil è sede di un consolato statunitense con numerosi funzionari ed esperi militari americani. Per la Casa Bianca si apre quindi uno scenario nuovo. Gli Stati Uniti sono chiamati a difendere direttamente i propri uomini dislocati in zona.

A ciò si aggiunge il fatto che i curdi del nord Iraq sono dei validi alleati regionali degli americani. Si sono dimostrati tali sia durante l’invasione del 2003, quando il loro territorio è servito come retroterra logistico dell’esercito statunitense, sia nel decennio seguente, quando il resto dell’Iraq cadeva vittima di una devastante guerra civile. Alleati che, fin dagli anni novanta, davano ospitalità agli esperti statunitensi che conducevano la lotta clandestina al regime di Saddam Hussein. Inoltre, il Kurdistan iracheno ha svolto, e svolge, un discreto ruolo di contenimento delle influenze iraniane nel nord dell’Iraq.

Tuttavia, un aiuto militare diretto, a sostegno dei peshmerga curdi, avverrebbe in un contesto politico particolarmente delicato. Potrebbe favorire un’ulteriore disgregazione dello stato iracheno e peggiorare i rapporti, già estremamente conflittuali, fra al Maliqi e Washington. Obama, dopo le recenti elezioni irachene, ha chiesto più volte all’ex primo ministro di farsi da parte. Quest’ultimo, nel tentativo disperato di difendere Baghdad e il suo governo, si è rivolto ai russi per avere a disposizione aerei da caccia, e agli iraniani per predisporre la difesa della capitale sul terreno. Teheran ha quindi provveduto ad inviare in Iraq truppe scelte a difesa della capitale. Per gli iraniani al Maliqi è sostituibile, ma è utile sacrificarlo nel momento opportuno. I vertici della teocrazia iraniana non sono disposti ad accettare l’eventualità che il vicino stato iracheno si trasformi in un califfato sunnita, potenzialmente destabilizzante per lo stesso Iran. Gli ayatollah si ritroverebbero un’emanazione militare del regno saudita sulla porta di casa. Una minaccia intollerabile.

La Casa Bianca è a conoscenza del fatto che, senza un proprio intervento militare, la situazione sul terreno diverrebbe insostenibile sia per i curdi prima, che per Baghdad successivamente. I funzionari americani presenti in Iraq si muovono quindi per sbloccare la situazione politica, tentando di convincere l’ormai ex primo ministro al Maliqi ad accettare l’aiuto militare statunitense a favore dei curdi, dopo che il medesimo aiuto era stato negato allo stesso governo di Baghdad. Ma ormai lo spazio di manovra dell’ex primo ministro è ridotto a zero. La sua sostituzione è questione di ore.

Obama conferisce il via libera all’intervento militare dell’aviazione statunitense. Fra l’8 e il 9 agosto hanno luogo una prima serie di raid. I bombardamenti non sono solo limitati alla difesa delle postazioni curde nel nord dell’Iraq, nei pressi di Erbil, ma consento anche ai peshmerga di passare ad un parziale contrattacco riconquistando Gwer e Mahmour, cadute nei giorni precedenti. L’avanzata dell’ISIS nel Kurdistan iracheno è stata momentaneamente fermata.

Lorenzo Adorni

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