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Il Programma Nucleare Iraniano, la Possibile Proliferazione Regionale e le Strategie di Contenimento

Come abbiamo constatato nell’analisi della scorsa settimana, l’Iran odierno si pone come attore chiave all’interno di un’area mondiale di significativa importanza, estesa dal Mar Mediterraneo fino alla Cina, dal Golfo Persico alle zone del Caucaso e del Caspio.

In questa regione geografica sono presenti sia significative risorse energetiche, sia fondamentali infrastrutture per il trasporto delle stesse verso i paesi importatori.

Sempre come abbiamo considerato la scorsa settimana, la politica estera iraniana, durante lo scorso decennio, ha condotto i vertici della teocrazia all’ottenimento di risultati diplomatici contrastanti, instabili e mutevoli. Ogni qual volta a Teheran è mancata la prospettiva di agire tramite la logica di potenza, ovvero quando è mancata la capacità di minacciare il ricorso alla forza indiretto, tramite i gruppi armati controllati in territorio estero, i risultati favorevoli in politica estera sono solo stati di sovente temporanei e inconcludenti.

Il tentativo di sviluppare, e conseguentemente di disporre in maniera continuativa, di una tecnologia nucleare di tipo militare, consentirebbe al regime iraniano di entrare definitivamente a far parte di una cerchia ristretta di grandi attori regionali dotati di armamenti nucleari. Attori fra cui, occorre ricordare, figurano anche il Pakistan e l’India, oltre Israele e la Cina. Sul piano diplomatico la politica estera della teocrazia iraniana godrebbe quindi dell’ennesimo elemento di forza, che risulterebbe decisivo nell’esercitare una rinnovata e superiore influenza sugli attori regionali minori. In termini generali si può ipotizzare che l’attuale rapporto di “Balance of Power” verrebbe significativamente alterato.

Questa eventualità è estremamente chiara ed evidente, oltre che agli Stati Uniti e a Israele, anche ad altri stati regionali che aspirano a divenire attori di primaria importanza come: Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. Negli scorsi anni la monarchia saudita ha valutato l’ipotesi di acquistare testate nucleari da altre potenze dotate di questa tecnologia, per controbilanciare una eventuale egemonia nucleare iraniana nel Golfo Persico. Una scelta simile, anche se più propagandistica che realmente attuabile, era stata considerata dall’Egitto di Mubarak, ma il cambiamento di regime occorso al Cairo ha posto fine a questo progetto. La stessa Turchia, osservando il progressivo disimpegno statunitense dalla regione mediorientale ed essendo componente di una NATO in fase di declino, potrebbe non ritenersi più garantita e tutelata dal sistema di condivisione degli armamenti atomici, previsto all’interno della NATO stessa, decidendo quindi di percorrere la via dell’acquisizione di un potenziale nucleare militare indipendente.

Una proliferazione nucleare in diversi stati del Medio Oriente e del Mediterraneo, come conseguenza di un Iran dotato dell’arma atomica, resta comunque un’eventualità che potrebbe realizzarsi solo nel medio periodo. Tuttavia questa eventualità permane come un aspetto di primaria importanza che, nonostante possa concretizzarsi solo in un prossimo futuro, dovrebbe incentivare fin da ora il tentativo di sviluppo di una politica regionale, oggi assente, che interessi complessivamente l’intera area Mediterranea. Questa necessità è rimarchevolmente accentuata da un ulteriore cambiamento che incide fin da ora, e che continuerà a svolgere un’influenza significativa nella politica mediorientale, ovvero la forte richiesta di sostengo internazionale giunta ai paesi occidentali dagli stati del Sud Mediterraneo e del Medio Oriente, che a seguito della “Primavera Araba” hanno visto i propri regimi politici aprirsi verso metodologie di governo più democratiche.

Nonostante entrambi questi cambiamenti, ancora oggi è assente qualsivoglia politica che punti alla definizione e allo sviluppo di un sistema Euro-Mediterraneo. Questa mancanza ha comportato la possibilità che altri attori, come Turchia, Israele, Egitto, o talvolta anche attori nemmeno facenti parte dell’area mediterranea, come nel caso dell’Arabia Saudita e del Qatar (finanziatori della rivoluzione libica), assumessero ruoli di primaria importanza nel contesto regionale, disponendo di spazi di manovra sovradimensionati rispetto alle effettive capacità. Conseguentemente a questo fatto si è realizzata, attraverso questi attori, una traslazione di problematiche tipicamente mediorientali all’interno dell’area mediterranea e in particolar modo nel Nord Africa. Proprio in quest’area differentemente da quanto accaduto, l’Unione Europea avrebbe dovuto incentivare senza riserve le relazioni con i paesi del Sud Mediterraneo.

Di fronte a queste diversificate sfide, la possibile incontrollata proliferazione nucleare e l’assenza di un sistema Euro-Mediterraneo in grado di controbilanciare e contrastare l’ascesa dell’Iran a potenza nucleare e conseguentemente ad un ruolo di primaria importanza regionale, sia Israele che gli Stati Uniti si sono trovati d’innanzi all’obbligo di effettuare delle scelte. Se da un lato il disimpegno degli Stati Uniti dalla regione sembra aumentare, come si è visto durante la “Primavera Araba”, dall’altro lato gli stessi Stati Uniti non sono interessati né a lasciare dietro di se un vuoto che comporti una proliferazione delle minacce, nei confronti della stabilità della regione, né a cedere eccessivi margini di manovra, all’interno dello scenario regionale, a potenze apertamente ostili.

Queste necessità hanno fatto si che negli scorsi anni, sia gli Stati Uniti che Israele effettuassero una scelta volta a favorire una politica di contenimento della minaccia iraniana, evitando lo scontro armato diretto con il regime di Teheran. Tale scelta, di fronte alle nuove sfide odierne e alla instabilità regionale causata dalla “Primavera Araba”, è stata confermata e supportata anche negli ultimi mesi. Nonostante le minacce di ricorso alla forza nemmeno troppo velate da parte di Israele, i vertici militari e politici di Tel Aviv sono perfettamente a conoscenza di come un ricorso ad un’azione militare causerebbe problematiche allo stato di Israele, non solo nell’immediato, ma anche nel medio periodo. Le problematiche legate alla stabilità politica regionale, già parzialmente compromessa dalla “Primavera Araba” e dalla destabilizzazione del regime siriano andrebbero aumentando. Le minacce militari esterne a cui lo stato israeliano è direttamente esposto, come Hezbollah presente nel vicino Libano, potrebbero condurre a nuovi conflitti. Inoltre gli spazi di manovra di Tel Aviv all’interno della regione e sul piano internazionale globale, potrebbero venir gravemente compromessi. Questi fattori unitamente ad altri, faranno si che la scelta politica del contenimento, nonostante questa necessiti di ingenti risorse economiche e d’intelligence continuerà ad essere supportata.

Non bisogna confondere la strategia del contenimento con la semplice diplomazia. Per politica del contenimento intendiamo tutta una serie di azioni, anche violente, volte sia a prevenire lo sviluppo di tecnologie all’interno del programma nucleare iraniano, sia a limitare il più possibile l’ammodernamento dell’apparato militare dello stesso paese.

Certamente in quest’ottica anche le trattative diplomatiche e commerciali hanno svolto, e svolgono, un ruolo importante, ma non esclusivo. Significativi sono stati alcuni accordi intercorsi fra stati e volti, sia a impedire la vendita all’Iran di sistemi d’arma complessi, utilizzabili complementarmente ad una futura tecnologia nucleare, sia a bloccare lo sviluppo di sofisticate tecnologie di difesa aerea. Le trattative fra Russia e Israele, finalizzate ad impedire le forniture di sofisticati sistemi di difesa aerea missilistica allo stato iraniano, sono solo uno dei diversi casi occorsi. Un altro successo diplomatico è stato l’imposizione del divieto di commercio di tecnologie direttamente impiegabile all’interno del programma nucleare iraniano, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, successivamente recepite ed attuate con risoluzioni particolari anche nell’Unione Europea. Grazie a queste limitazioni molto spesso si è fatto ricorso ad attività internazionali di polizia, con il concorso diretto di Israele che ha fornito informazioni chiare e precise alle polizie europee su navi e carichi da sequestrare.

Per quanto queste iniziative diplomatiche siano da considerarsi un evento significativamente positivo, esse restano eludibili. Frequentemente la vendita di questi armamenti e tecnologie passa attraverso canali, per così dire, “non in chiaro”, quindi difficilmente contrastabili se non per il tramite di attività dirette di intelligence. In questi casi, i semplici divieti e le relative sanzioni svolgono un ruolo limitato. Conseguentemente si è reso necessario un intervento diretto, il quale ha concorso poi a determinate situazioni che si delineano al limite, o oltre, le attività legalmente consentite dal diritto internazionale. Questo genere di interventi si sono concretizzati con l’intervento diretto di Tel Aviv, ed hanno comportato veri e propri sequestri di navi o la distruzione di convogli terrestri.

Un ruolo dal peso incerto può essere svolto dalle recenti sanzioni economiche. Frequentemente la disponibilità di risorse economiche per il pagamento di forniture di armamenti è facilitata da governi terzi e da società finanziarie estere. Differentemente il malcontento diffusosi fra la popolazione, a causa di un peggioramento della qualità di vita direttamente riconducibile alla applicazione delle sanzioni, così come potrebbe essere rivolto contro le politiche interne attuate dal regime, potrebbe anche trovare sfogo in una rinnovata spinta nazionalista contraria alle ingerenze straniere sul paese.

La strategia del contenimento, più direttamente incentrata a contrastare e limitare lo sviluppo del programma nucleare iraniano, è stata senz’altro quella di intelligence caratterizzata dal latente ma costante confronto violento che prosegue da alcuni anni a questa parte. I numerosi atti di sabotaggio degli impianti e l’uccisione degli scienziati iraniani occupanti ruoli chiave, sono solo la punta emersa di un iceberg che nasconde, all’oscuro da tutto sotto la propria linea di galleggiamento, una vasta opera di infiltrazione effettuata non solo in territorio iraniano, ma anche all’estero. Attività volte ad ottenere la collaborazione di tecnici e scienziati operanti all’interno del programma nucleare iraniano, nonché volte a sostenere organizzazioni di oppositori politici addestrati ad agire sia sul piano propagandistico che sul piano della lotta armata.

Queste persone, collaborando con Stati Uniti e Israele, hanno offerto svariate informazioni, garantendo una serie di analisi sulle reali potenzialità del programma nucleare, individuandone le carenze e talvolta prendendo parte attiva nelle attività di sabotaggio diretto degli impianti. Riguardo questa specifica attività, si ha notizia di numerosi casi, fra cui il più recente occorso nell’installazione di Fordo. Nonostante ciò è logico supporre che i casi di sabotaggio tutt’ora noti restino sicuramente una parte limitata rispetto a quelli effettivamente portati a compimento. Inoltre questi numerosi incidenti non sono stati causati solo da sabotaggi diretti e volontari, ma anche dalla deliberata diffusione di informazioni e procedure false, fra il personale operante negli impianti.

Tra queste attività non possono certo venir dimenticate le operazioni di cyber warfare, volte sia a sabotare gli impianti di arricchimento dell’uranio sia a raccoglie informazioni dagli apparati di information technology installati nei medesimi impianti. Al noto virus “Stuxnet”, che ha compromesso numerose centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, ne sono susseguiti altri, fra cui il meno noto “Flame”.

In via definitiva, questa strategia di contenimento ha dato risultati notevoli, riuscendo in diverse occasioni a rallentare lo sviluppo di tecnologie fondamentali, compromettendo non solo gli obbiettivi raggiunti, ma anche quelli raggiungibili nel breve periodo. Facendo si che l’Iran, nonostante i proclami allarmisti, si trovi ancora oggi in una fase arretrata dello sviluppo del proprio programma nucleare e resti ancora lontano dal raggiungimento di qualsivoglia arma atomica. Questa strategia e i risultati conseguiti non hanno escluso in ultima istanza il ricorso ad un intervento armato diretto, ma lo hanno posto come extrema ratio, collocandolo al termine di un lungo percorso di confronto e contenimento, percorso che durerà ancora diversi mesi.

Questo articolo fa parte di una breve analisi pubblicata in tre parti e segue al precedente articolo “L’Iran, la sua Politica Estera e il Programma Nucleare”.

Lorenzo Adorni

 

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